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25 novembre 2011 5 25 /11 /novembre /2011 07:53

L’armistizio dell’8 settembre del 1943 è una pagina di storia dell’Italia ancora tutta da esplorare, conoscere, approfondire. Ernesto Galli Della Loggia ha scritto che quel giorno “morì la Patria”. In realtà, come testimonia il libro "Gli Internati Militari Italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945", l’8 settembre morì una certa idea di patria. Quella del ventennio fascista, che aveva oscurato le libertà. Da quelle macerie l’Italia si risollevò anche grazie alla scelta maggioritaria di centinaia di migliaia di militari che, dopo la cattura da parte dei tedeschi, seppero dire “no” alle offerte/minacce di entrare nell’esercito della Repubblica Sociale e resistettero nei lager per contribuire al ritorno della pace e della democrazia nel nostro Paese.

Un periodo cruciale della storia italiana è quello del fascismo e della seconda guerra mondiale, che presenta tanti aspetti ancora misconosciuti o addirittura ignorati. Tra le vicende dimenticate, figura sicuramente quella che riguarda "Gli Internati Militari Italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945", come s’intitola il saggio-antologia scritto a quattro mani da Mario Avagliano e Marco Palmieri, con una introduzione di Giorgio Rochat, che è considerato il massimo esperto di storia militare in Italia.
Questo libro, che raccoglie lettere e brani di diari dei militari che furono catturati dai tedeschi all'indomani dell'armistizio, è un eccezionale strumento di comprensione dei sentimenti, delle paure, delle passioni che travolsero quella generazione di italiani in un momento storico fondamentale per l'Italia.

L'8 settembre 1943, è una data che segnò come poche altre la storia italiana. L'annuncio dell'armistizio avrebbe dovuto portare l'Italia fuori dalla guerra, voluta e condotta dal regime fascista al fianco della Germania nazista, ma in realtà, anche a causa della dilettantesca gestione ad opera dei vertici istituzionali e militari, precipitò il Paese nella feroce occupazione militare tedesca, nel lungo e durissimo confronto tra eserciti stranieri lungo la penisola e nella cruenta guerra fratricida tra italiani che si configurò a tutti gli effetti come una "guerra civile".
Ma fu anche l'inizio della Resistenza e della Guerra di Liberazione, cioè di quel riscatto nazionale grazie al quale nel dopoguerra l'Italia poté prendere legittimamente posto tra le nazioni democratiche vincitrici sul nazifascismo.

Una pagina di questa storia - quasi completamente rimossa e dimenticata nel dopoguerra, sia in sede di memoria collettiva che in sede di ricostruzione e analisi storiografica - fu quella dei 650.000 Internati Militari Italiani (IMI), che dopo l'armistizio rifiutarono di continuare a combattere la guerra al fianco dei tedeschi e non accettarono di arruolarsi nell'esercito del redivivo fascismo della Repubblica Sociale Italiana, andando volontariamente incontro a circa venti mesi di internamento e lavoro coatto nei lager nazisti.
E' quello di cui parla questo volume, ma non con pedanteria, sfoggio di citazioni, stile pesante, ma attraverso le parole vive e commoventi dei protagonisti, scritte allora su taccuini fortunosi o sui moduli prestampati dei campi di concentramento tedeschi.

Anche gli IMI, dopo l'8 settembre del '43 combatterono un'altra guerra. Una guerra senz'armi, fatta di resistenza alla fame, al freddo, alle violenze e al lavoro coatto. Come nel caso del Soldato Fortunato Alessio, di Decollatura (Catanzaro), che avvertì la sorella delle sue drammatiche condizioni in un biglietto sfuggito alla censura: "o avuto la pleurite e non vi o fatto sapere niente però sto bene sono sempre debole speriamo che presto finisce la guerra così tutti ci ritiriamo nelle nostre case".

Da un altro campo di lavoro coatto, invece, il soldato Giuseppe Doria, di San Vito sullo Jonio (Catanzaro), in un biglietto fece avere questa richiesta di aiuto (morale e materiale) alla famiglia: "ti raccomando che mi scrivi sempre anche che non ricevi mie notizie, quando mi mandi il pacco ti raccomando le 2 maglie che ti ho chiesto, e l'altra roba che ti ho chiesto".

La raccolta di lettere e diari comprende gli scritti di diversi "nomi illustri" dell'epoca o del dopoguerra. Tra questi: lo scrittore-giornalista-umorista Giovannino Guareschi; il beatificando Giuseppe Lazzati; il comandante delle forze armate italiane dell'Egeo fucilato dalla RSI, ammiraglio Inigo Campioni; i generali di squadra aerea e pionieri dell'aviazione Italiana Felice Porro e Alberto Briganti; il giudice della Corte Costituzionale Guido Carli; il presidente del consorzio nazionale vini DOC Paolo Desana; il comandante della resistenza a Barletta, tenente colonnello Francesco Grasso; lo studioso Claudio Sommaruga; il generale trucidato dai nazisti Alberto Trionfi; il fondatore del Centro documentazione del Senato, Enrico Zampetti. Tra gli internati militari ci furono, tra gli altri, l'ex segretario del PCI Alessandro Natta, Paride Piasenti, l'economista Silvio Golzio, il critico e storico del cinema Fausto Montesanti, il filosofo Enzo Paci, il pittore Vivaldo Poli, il poeta e critico Roberto Rebora, il baritono Giuseppe Taddei, l'attore teatrale e televisivo Gianrico Tedeschi e numerosi altri esponenti della cultura e delle professioni.
Ne viene fuori un racconto "dal vivo", una storia in "presa diretta" raccontata "in prima persona" dai protagonisti. Le lettere e i diari, infatti, a seconda del contenuto e dei temi che affrontano, sono stati suddivisi in una serie di capitoli che ripercorrono l'intera storia degli IMI, dal momento del disarmo al tremendo viaggio verso i campi di concentramento, dai tormenti per la scelta di aderire o meno alla vita quotidiana nei campi e al lavoro, dalle riflessioni sulla fede e gli ideali alla nostalgia di casa, dall'ingannevole passaggio allo status di "lavoratori civili" fino alla liberazione e, per i sopravvissuti, al sospirato ritorno a casa.
Oltre la fame e le violenze, la sofferenza più grande fu il distacco dalla famiglia, della quale spesso non si avevano notizie per mesi, come emerge dalla lettera del caporal maggiore bresciano Luigi Bertoletti: "immagino il desiderio vostro di unirsi per sempre insieme come altrettanto è mio grande desiderio, ne sono certo non sarà tanto lontano quel lieto giorno". Tanto è vero che in un biglietto scritto al momento della liberazione Antonio Martinotti, nato a Pavia, affermato pittore d'arte sacra nel dopoguerra, annota: "Finalmente il grande giorno in cui ci potremo riabbracciare (forse luglio) è realtà vicina, non più speranza, speranza sempre rimandata. Voglia e prego Iddio che vi ritrovi tutti come allora, e unico premio dopo tante soffrire, ricomporre la famigliola nella pace e nella serenità".
Insieme alla fame, uno dei tormenti peggiori per i prigionieri fu la fatica del lavoro coatto, come emerge chiaramente dal diario di Tiziano Di Leo, di Chivasso: "Sono due giorni che lavoro a scavare trincee e ne ho già viste qui tante che solo con questi due giorni potrei riempire un volume. Ieri abbiamo fatto una diecina di chilometri per andare al lavoro, abbiamo faticato come bestie (i tedeschi no perché chi aveva mal di schiena e chi male ai piedi) e abbiamo avuto in compenso che cosa? un litro di zuppa acquosa divisa in mezzo litro a mezzogiorno e mezzo la sera e 200 grammi, dico 200, di pane con un pezzo di margarina alle 6 della mattina".

Dagli stratagemmi per aggirare la censura e le riflessioni segrete sui taccuini di fortuna (dalle minuscole agendine tascabili alla carta igienica tenuta insieme con lo spago) emerge inoltre come la scelta di non aderire - compiuta in massa da una generazione nata e cresciuta sotto il fascismo - fu un vero atto di resistenza (il segretario del partito comunista Alessandro Natta, ex internato, parlò di "altra resistenza" ma il suo libro fu rifiutato nel 1954 e pubblicato solo quarantadue anni dopo da Einaudi), che contribuì al riscatto dell'Italia e degli italiani verso la democrazia e la libertà.
"La rivendicazione della Resistenza antifascista - come scrive lo storico Giorgio Rochat nella prefazione del volume - si è ridotta per decenni al dibattito politico sulla guerra partigiana. Negli ultimi anni registriamo il recupero di una dimensione più ampia. Contiamo la resistenza contro i tedeschi delle forze armate all'8 settembre. Poi la guerra partigiana e la deportazione politica e razziale nei lager di morte. La partecipazione delle forze armate nazionali alla campagna anglo-americana in Italia. E infine la resistenza degli Imi nei lager tedeschi: le centinaia di migliaia di militari che invece della guerra nazifascista scelsero e pagarono la fedeltà alle stellette della patria. Tutti avevano ragione di sentirsi traditi dal re e da Badoglio, che li avevano abbandonati senza ordini agli attacchi tedeschi. Ciò nonostante, una grande maggioranza di questa massa di sbandati preferì la fedeltà alle stellette e la prigionia nei lager".

In conclusione, questo libro riesce a rispondere ad un triplice scopo: conservare la memoria di quegli uomini e di quegli eventi che hanno fatto parte a tutti gli effetti della Guerra di Liberazione e della Resistenza italiana ed europea; contribuire a comprendere meglio, con la narrazione in prima persona, la vicenda e il dramma dimenticato della prigionia degli oltre seicentomila militari italiani internati nei lager nazisti dopo l'armistizio; offrire un contributo alla ricerca storica su questo tema, recuperando fonti preziose che col passare degli anni avrebbero rischiato di andare perdute. Il tutto, attraverso le lettere e i diari dei protagonisti. Singoli frammenti che, messi tutti assieme, costituiscono una testimonianza collettiva di quella vicenda: una cronaca vera e sincera, scritta dall'interno dei campi di concentramento e del sistema concentrazionario del Terzo Reich, che dovrebbe fugare il timore dell'Internato Militare Italiano numero 6865, Giovannino Guareschi, che nel suo Diario clandestino dice: "Qui si vivono mille vite, la guerra si moltiplica in mille episodi, e non è più una parola, ma un concetto di spaventosa, terrificante, infernale evidenza. Anche per chi non l'ha vissuta. Ma domani la storia diventerà letteratura, e si faranno recensioni ai libri, non alla guerra. E si dirà... 'Che bel libro!. E nessuno dirà: che orrore di guerra!".

Edito da Einaudi, il libro consta di 338 pp. e lo si acquista in libreria al prezzo di 20,0 euro

 

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Published by lisanna - in Libri
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commenti

Laura 11/25/2011 10:26

Non si parla mai di questi uomini coraggiosi...

Rosario 11/25/2011 09:49

Complimenti per l'articolo. :D