Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog

  • : Tutto quello che vorresti sapere su....
  • Tutto quello che vorresti sapere su....
  • : Tutto quello che vorresti sapere sui viaggi, gli hotel, i luoghi d'Italia da scoprire, ma anche sull'arredamento, il giardino, l'e-commerce, i libri, le banche, i finanziamenti...
  • Contatti

Cerca Nel Blog

Lasciando la tua e-mail sarai avvisato della pubblicazione di nuovi articoli

2 marzo 2013 6 02 /03 /marzo /2013 09:36

Chi non vorrebbe "Qualcuno con cui correre"? Nella vita di tutti i giorni. Nelle difficoltà che si presentano. Nella tenerezza dell'amore. Per non essere soli nel mondo. Perché l'amore è la chiave per vincere la solitudine. Perché la corsa solitaria non si addice all'essere umano.
È il tema di uno dei più bei romanzi dello scrittore israeliano David Grossman, noto anche per il suo impegno per la pace tra Israele e palestinesi, pubblicato nel 2000, col titolo appunto di  "Qualcuno con cui correre".

Un romanzo "di formazione", è stato detto da parte della critica. Anche se è riduttivo definirlo così. È più una sorta di viaggio alla scoperta di se stessi, del proprio vero Io, e anche della bellezza della vita e dell'amore, nonostante il male che alligna nella società, in questo caso israeliana (la delinquenza, la droga, la povertà e, sullo sfondo, la guerra senza fine con i palestinesi), che vede protagonisti - prima separati e poi, nell'ultimo tratto di "percorso", assieme - due adolescenti di Gerusalemme: il timido e fino ad allora inconcludente Assaf e la forte e romantica Tamar.

 Una ricerca che non è tipica solo dell'adolescenza, ma che in fondo riguarda ognuno di noi e dura tutta la nostra esistenza terrena.

Con uno schema narrativo intrigante, Grossman segue - alternativamente - le vicende del sedicenne Assaf, che lavora al Municipio e rompe la monotonia della sua vita grazie ad un incarico particolare: ritrovare il proprietario di una cagna abbandonata (la magnifica Dinka) seguendola per le strade di Gerusalemme, e le vicende della coetanea Tamar, cantante in erba, scappata di casa per salvare il fratello tossicodipendente, Shay, straordinario chitarrista alla Jimi Hendrix, ricattato da una banda mafiosa che sfrutta i talenti di molti giovani artisti israeliani, musicisti, attori, cantanti, trapezisti, etc, quasi tutti drogati, mandandoli in giro per il Paese e intascando i loro incassi e rapinando le inconsapevoli persone che assistono agli improvvisati spettacoli su strada.
Vicende che si intrecciano e che - dopo un avvio apparentemente lento - passo dopo passo, inseguimento dopo inseguimento, compongono i tasselli di un puzzle appassionante, incalzante, che trascina il lettore.

La corsa come metafora della vita, la corsa come metafora della ricerca continua della felicità, la corsa come metafora dell'innamoramento, la corsa per sconfiggere il Male.
È stato tirato in ballo Dickens per descrivere la scrittura di Grossman. E in effetti questo romanzo ha la forza e la potenza di un classico.
Un classico in cui ci sono gli Eroi, piccoli grandi eroi, è veramente il caso di dire. Come non innamorarsi o identificarsi nella piccola e determinata Tamar, dalla voce intensa e meravigliosa, che elabora un piano temerario e affronta rischi terribili per sottrarre l'amato fratello Shay dalla morsa del racket degli artisti di strada e per farlo uscire dal tunnel della droga? E come non palpitare per il generoso Assaf che si getta anima e corpo prima nell'impresa di ritrovare Tamar (anche attraverso la lettura del suo diario segreto) e poi, assieme a lei, in quella di aiutare Shay?

Splendide anche le parole con le quali viene descritto il rapporto tra il ragazzo e il cane Dinka e tra Tamar e sempre Dinka. Tra le pagine più belle, quelle sulle esibizioni canore della ragazza in strada.
In una Gerusalemme inconsueta, a tratti fiabesca, che non è quella del Muro del Pianto, ma un dedalo di vicoli, per certi versi più orientale di quanto siamo abituati ad immaginare, per altri versi occidentale, vicina, "conosciuta", con i suoi problemi di droga, di prostituzione, di delinquenza, si dipana una storia che con sensibilità e magia ha la capacità di riportarci indietro nel tempo e di risvegliare nel lettore le pulsioni, gli slanci, le emozioni che si provano nell'età dell'adolescenza.
Quelle pulsioni, quegli slanci, quelle emozioni che spesso dimentichiamo quando diventiamo adulti e che invece sarebbe utile avere sempre presenti, continuare a provare, per non trasformarsi in essere troppo razionali, troppo inquadrati, con sentimenti controllati.

Abbiamo bisogno anche noi di correre, di continuare la ricerca, senza fermarci. E soprattutto abbiamo bisogno di "Qualcuno con cui correre". Bisogno di amicizia, di coraggio, di speranza e di amore, e di abbandonarci all'amore, senza paure, senza calcoli, a mente e cuore aperti.

L'autore

David Grossman è nato nel 1954 a Gerusalemme, dove è cresciuto. Vive con la moglie e i tre figli a Mevasseret Zyyon, un villaggio a dieci minuti dalla capitale. È stato un bambino prodigio: a dieci anni ha vinto un premio di quiz alla radio in seguito al quale ha potuto iniziare a fare il giornalista. Con gli anni, alternando la sua attività di anchor-man a quella di scrittore, è diventato un conduttore famoso. Nel 1988, le sue proteste in seguito al divieto di seguire la diretta di un importante raduno di giovani palestinesi, lo hanno portato al licenziamento. Da allora si è dedicato completamente alla scrittura. Ha raggiunto la fama internazionale con Vedi alla voce: amore, seguito nel 1992 da Il libro della grammatica interiore, nel 1999, da Che tu sia per me il coltello e negli anni successivi da Qualcuno con cui correre, Col corpo capisco, Il sorriso dell'agnello e il recente A un cerbiatto somiglia il mio amore. Oltre ai romanzi, ha scritto libri-inchiesta sulla questione palestinese, diversi libri per ragazzi e numerosissimi articoli sulla crisi mediorientale per le più importanti testate internazionali, tra cui l'italiana "la Repubblica".

Hanno scritto di "Qualcuno con cui correre":

"Realistico nei suoni e nei rumori, almeno quanto è fantastico nella struttura, quest'ultimo romanzo riporta Grossman a quel modello di romanzo di formazione che con Il libro della grammatica interiore e Vedi alla voce: amore aveva saputo arricchire di elementi originali. Innovativi ma al tempo stesso in grado di saldare passato e presente della difficile storia degli ebrei, attraverso una grande libertà della scrittura ma anche credendo fermamente che sia possibile una trasmissione del sapere e della memoria tra vecchi e giovanissimi".
Alessandra Orsi, "La Stampa"

"Gran bella favola romantica, piena di pudore, ricca d'agnizioni e a lieto fine, come spesso è la vita".
Marina Valensise, "Panorama"

"... lieve come una fiaba, morbido di speranza e di pacificazione, paradigma di una formazione miracolosamente riuscita."
Roberta Ascarelli, "il manifesto"

"...ritorna a un tema che gli è molto caro, fin dai tempi di Vedi la voce: amore. Ed è il tema della crescita: del rapporto nuovo che si instaura attraverso la conoscenza tra un adolescente e il mondo".
Paolo Mauri, "la Repubblica"

Edito dalla Mondadori, il libro consta di 364 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di 9,50 euro.

grossman.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
28 febbraio 2013 4 28 /02 /febbraio /2013 07:46

Le "Idi di Marzo" racconta gli ultimi giorni di Giulio Cesare, un uomo capace di suscitare forti sentimenti e passioni, dotato di un enorme carisma, un militare che sogna ancora grandi conquiste per Roma.
Il romanzo di Valerio Massimo Manfredi conquista e affascina sin dalle prime pagine, per la sua maestria nel descrivere episodi storici realmente accaduti e nell’introdurre personaggi e dettagli di fantasia. L'autore è straordinario nel tratteggiare i protagonisti di Roma antica e nel rappresentarli nelle loro grandezze e debolezze. E la ricostruzione della “scenografia” e dei fatti è precisa, accurata, dettagliata ed appassionat.

Che "romanzo" le "Idi di Marzo"!
Da un lato la folle corsa per scongiurare l'inevitabile destino del più grande condottiero di Roma. Il tentativo disperato di cambiare la storia. Di far fallire il complotto ordito dai senatori per uccidere il Divo Iulio Cesare. Dall'altro la lotta per la libertà condotta da un gruppo di uomini, capitanati da Bruto, pronti a morire per l'ideale della Repubblica e per impedire la tirannide. Sullo sfondo la capitale d'Italia, allora caput mundi, e una folla di personaggi solo apparentemente comprimari.
Anche questo libro di Valerio Massimo Manfredi, valente archeologo e studioso di topografia del mondo antico, conquista e affascina, per la sua maestria nel descrivere episodi storici realmente accaduti (come si può evincere dall'appendice finale del libro) e nell’introdurre personaggi e dettagli di fantasia.
Le "Idi di Marzo" racconta gli ultimi giorni di Giulio Cesare, il viale del tramonto del grande personaggio storico, tanto amato dal popolo quanto odiato e temuto da molti dei dirigenti della Roma di allora. Un uomo capace di suscitare forti sentimenti e passioni, dotato di un enorme carisma nei confronti dei sottoposti e generoso verso la gente e capace di perdonare i nemici, purché si schierino dalla sua parte. Un militare che sogna ancora grandi conquiste per Roma, pronto com'è a partire per una nuova spedizione, contro i Parti, ma che allo stesso tempo vorrebbe la pace nei confini interni, agogna la fine delle guerre civili che stanno dilaniando la repubblica e considera la sua dittatura perpetua non come un obiettivo strategico ma come uno strumento temporaneo per ottenere la stabilità di Roma e una maggiore tranquillità.

Il racconto segue vari filoni e varie storie.
Le vicende dei fidati collaboratori di Cesare, centurioni, medici, insegnanti, pronti a rischiare la vita per salvarlo, in estenuanti viaggi per l'Italia o spiando i possibili autori del complotto.   Anche se il destino, il terribile destino, non può essere fermato.
Le vicende delle donne di Cesare, dalla moglie Calpurnia, affettuosa e premonitrice, all'amante Servilia, madre di Bruto, fino all'opportunista Cleopatra, ammaliatrice quanto cinica, interessata più che altro a dare un futuro di re al figlio avuto con Cesare.
Le vicende dei "repubblicani" Bruto, Cassio e compagni, i quali tutti debbono qualcosa al divino Iulio, e ciò nonostante vogliono abbattere il pericolo che egli rappresenta: la fine della Repubblica e l'instaurazione della dittatura, della tirannide. Una battaglia in nome della quale, nel caso in cui l'esito sia negativo, sono pronti a togliersi la vita, uccidendosi l'uno con l'altro, suicidi per la libertà.

Il racconto culmina nelle Idi di Marzo, nel giorno tragico dell'uccisione di Cesare, con ben ventitré coltellate.

Un romanzo storico che si legge tutto d'un fiato e che fra l'altro rivela aneddoti poco noti ai più. Si scopre ad esempio che anche Giulio Cesare soffriva del cosiddetto "morbo sacro", l'epilessia che colpì un altro grande condottiero, Alessandro il Macedone. Ed è emozionante entrare dentro la psicologia di Cesare, che al tempo stesso voleva essere osannato dal popolo ma non voleva essere considerato un tiranno. Colpisce anche il personaggio di Bruto, ricco di dignità e di coraggio.
 Manfredi è straordinario nel tratteggiare i protagonisti di Roma antica e nel rappresentarli nelle loro grandezze e debolezze. E la ricostruzione della “scenografia” e dei fatti è precisa, accurata, dettagliata, appassionata. Sembra quasi di esserci e di vivere quei tragici momenti dal vivo.

Edito da Mondadori il libro consta di 259 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di euro 18,60. 

 

 Valerio-Massimo-Manfredi-Idi-Di-Marzo.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
23 febbraio 2013 6 23 /02 /febbraio /2013 11:28

Nel libro “Le inchieste del commissario Collura” sono raccolte le storie che lo scrittore siciliano Andrea Camilleri ha scritto per il giornale “La Stampa” nel 1998, che hanno come protagonista Vincenzo Collura, commissario a bordo di una nave da crociera. Il commissario Collura, che verremo a sapere essere grande amico del celebre Montalbano, si troverà di fronte dei piccoli e brevi gialli che, con sagacia e astuzia, riuscirà a risolvere in poco tempo. Una serie di racconti, tratteggiati con spirito e maestria, godibili e ricchi di humour e anche di mistero.

Non c’è dubbio che il genere letterario preferito di Andrea Camilleri sia il “giallo”.
Pochi sanno, però, che oltre al commissario Montalbano, lo scrittore siciliano ha dato vita con la sua straordinaria inventiva, anche ad un altro personaggio di investigatore della polizia, nel libro “Le inchieste del commissario Collura”, per i lettori - nonché amici - Cecè.

Il testo raccoglie diverse storie scritte da Andrea Camilleri e pubblicate settimanalmente sul giornale "La Stampa" nel 1998 che, a distanza di tempo, l'autore ha pensato bene di raccoglierle in un unico volume.
Vincenzo Collura era stato un commissario di polizia sino a quando non gli avevano sparato, così durante il suo periodo di congedo dalle forze dell'ordine un parente gli propone di fare il commissario a bordo di una nave da crociera.
Come dirà lo stesso protagonista, la nave da crociera è una sorta di piccolo paese "provvisorio e in movimento" dove, come sulla terraferma, non manca il verificarsi di stranezze e situazioni misteriose, di fronte alle quali l'"occhio da sbirro" del commissario Collura non potrà fare a meno di indagare, trovandosi di fronte dei piccoli e brevi gialli che, con sagacia e astuzia, con la collaborazione del suo vice il triestino Scipio Premuda, riuscirà a risolvere in poco tempo.

Ed ecco in breve le storie, tutte deliziose, tratteggiate con spirito e maestria, spesso con uno sfondo leggermente sensuale, prive di finale ovviamente, per non togliervi il piacere di scoprirlo con la lettura del libro.

Il mistero del finto cantante
Sulla nave da crociera tutte le sere si esibiva un cantante di nome Joe Bolton che, da come si tocca i baffi mentre è intento a suonare, il commissario intuisce che abbia qualcosa da nascondere. Il suo fiuto non fallisce.

Il fantasma nella cabina
Una notte la signora Candida Meneghetti schizza via dal letto e terrorizzata comincia ad urlare e a percorrere avanti e indietro il corridoio della nave, sostenendo di avere visto un fantasma. Al commissario non resta che indagare e venire a conoscenza di una storia bizzarra.

Trappola d'amore in prima classe
Questa volta protagonista di questa breve storia è proprio il vice di Collura, il triestino Scipio Premuda, un tipo proprio tagliato per il suo mestiere "riservato, gentile di parole che erano sempre quelle giuste" ma che ad un certo punto cambia umore ed atteggiamento, arrivando anche a rispondere malamente ai passeggeri. Il commissario dapprima pensa che il suo vice si comporti in questo modo solo perché stanco, solamente dopo verrà a capire che il suo strano comportamento è dovuto ad una storia d'amore con una passeggera della nave. Ma più che una storia si tratta di una trappola d'amore.

Bella, giovane, nuda, praticamente assassinata
Il commissario viene raggiunto nella sua cabina da un marinaio e da una signora anziana, che trema tutta e non riesce a parlare. Soccorsa e portata in infermeria, si verrà a sapere che la signora ha visto una morta assassinata, sdraiata sul letto all'interno di una cabina. Era lo scherzo di qualcuno o la signora vedeva cose che non c'erano? Il commissario inizierà ad indagare giungendo ad una triste verità.

Un mazzo di donne per il petroliere Bill
Il petroliere Bill e sua moglie Agata Masseroni si trovano in vacanza sulla nave e ogni sera dopo cena, alle nove in punto si alzano, salutano gli altri commensali per andare a riposare. Solo che all'insaputa della moglie, il petroliere texano, appena questa si addormenta, si reca in una cabina vicina. Son tre sere che si comporta così e la moglie disperata, credendo di essere tradita, chiede al commissario di indagare.

I gioielli in fondo al mare
Durante un'esercitazione di abbandono della nave, la "trentenne e splendida Irene Martino, moglie del Cavaliere del lavoro Martino Martini", perde in mare il borsone da viaggio all'interno del quale erano custoditi i gioielli che erano stati assicurati per due miliardi e mezzo. Ma perché se li era portati appresso sulla scialuppa anziché depositarli in una della cassette di sicurezza della nave? Non resterà che scoprirlo insieme al nostro commissario.

Che fine ha fatto la piccola Irene?
In questo racconto viene narrata la strana sparizione di una bambina di soli tre mesi dal letto della madre, la signora Spoto, la quale quella sera si era allontanata solo per mezz'ora per fare quattro passi sul ponte della nave, dopo essersi assicurata di avere chiuso a chiave la porta della cabina. Riuscirà il nostro commissario a trovare il bandolo della matassa?

La scomparsa della vedova inconsolabile
Una sera la signora Gemma Ardigò, moglie di un luminare della chirurgia, definita da molti "vedova inconsolabile" per il fatto che andava vestita solo di nero diffondendo intorno a sé una profonda mestizia, non risponde alle chiamate telefoniche del marito che insistentemente prova a chiamarla diverse volte in cabina. Si comincia a sospettare che la signora, convinta ad andare in crociera proprio dal marito, in quanto reduce da una crisi depressiva, possa averla fatta finita. Ma sarà davvero così?

Il libro si conclude con un'intervista ad Andrea Camilleri dove veniamo a conoscenza di come è nato il personaggio del commissario Vincenzo Collura che, nella storia dal titolo "Che fine ha fatto la piccola Irene?", apprendiamo essere un grande amico del celebre Montalbano, che faceva il suo stesso mestiere a Vigata. Anzi, a dire il vero Camilleri avrebbe voluto chiamare il commissario della serie televisiva Collura ma alla fine, per rendere omaggio allo spagnolo Manuel Vazquez Montalban, scrittore di romanzi gialli ed inventore del detective Pepe Carvalho, optò per Montalbano.

Come sempre capita con le storie narrate di Camilleri, anche qui ci troviamo davanti al suo stile ineguagliabile e inimitabile, nel quale lo scrittore fa uso di parole in dialetto siculo e sfoggia la sua ironia che non mancherà di rendere piacevoli tutte le storie, che si e no sono lunghe massimo cinque pagine ciascuna. Infatti, proprio perché scritte per un giornale, queste sono state delimitate entro un numero massimo di battute.

Insomma la lettura procede sciolta e in molte situazioni diverte. 

collura.jpg

 


Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
28 dicembre 2011 3 28 /12 /dicembre /2011 17:41

Uno dei libri italiani di narrativa più belli dell’età contemporanea è “Don Giovanni in Sicilia” di Vitaliano Brancati, scritto nel 1940 dallo scrittore siciliano, pubblicato nel 1941, più volte rappresentato in teatro e al cinema nel lontano 1967 con la regia di Alberto Lattuada e Lando Buzzanca nei panni del Don Giovanni.

La storia è ambientata nella Catania ai tempi del fascismo e ruota intorno la figura di Giovanni Percolla, il nostro Don Giovanni, uno scapolo quarantenne che da dieci anni vive con tre sorelle e lavora nel negozio di stoffe dello zio.
Come un po' tutti i suoi amici catanesi è consumato dalla passione per le donne anche se alla sua età ancora non ne ha baciata alcuna. Insieme ai suoi amici comincia a frequentare case di tolleranza e a fare viaggi a Roma ed in altre città alla ricerca di avventure amorose. Fino a quando non si innamora di Ninetta, che diventa presto sua sposa e alla quale si sottomette, abbandonando casa, sorelle, amici e città e trasferendosi a Milano.
Qui Giovanni cambia stile di vita e, anche se con grandi difficoltà, si lascia coinvolgere dalla vita frenetica ed attiva della città, frequentandone i salotti e le belle donne. Ma un giorno i due sposi decidono di ritornare in visita alla loro amata terra.

E' un romanzo piacevole da leggere, soprattutto per capire meglio la mentalità di alcuni siciliani. Il personaggio che esce fuori dalla penna di Brancati è quello di un uomo dedito solo all'ammirazione per le belle donne, che si intrattiene con gli amici per fantasticare su di loro, arrivando persino ad inventarsi storie d'amore per avere argomenti di cui parlare, che insieme a loro si mette in viaggio verso le località dove è noto che è più facile "acchiappare" le belle femmine, in cerca di avventure amorose.
 Giovanni Percolla è uno di quei uomini che ancora a quarant'anni fa fatica ad uscire dal guscio ovattato in cui è cresciuto, lavora a tempo perso, è coccolato e viziato dalle sorelle con le quali vive da quando i genitori erano entrambi morti di febbre spagnuola, è solito alzarsi tardi la mattina e poi, cosa non di poco conto, ha la testa "piena della parola donna". Ed è questa la sua "malattia".
E così trascorre le giornate con gli amici, con i quali si diverte a fantasticare su tutte le donne che conoscono o semplicemente intravedono per strada, mugolando sul piacere che da' la donna, mentre le sue sorelle credono che questi si intrattengono tra loro per parlare di affari.
"Guarda questa!...L'altra, guarda, bestione!... Laggiù, laggiù maledetto!" ...e con la fantasia riescono a spingersi oltre... sino al momento in cui queste li rendono "padri di un bimbo perfetto".
Ma Giovanni e i suoi compagni non si limitano solo all'adorazione delle belle donne catanesi. Infatti il "verme dei viaggi è entrato nei loro cervelli" tanto da portarli, con la scusa di affari di lavoro, laddove - dai discorsi origliati nei caffè - pare vi siano belle donne disponibili.
E poi è inutile parlare al nostro Don Giovanni di matrimonio perché "il pensiero di dover dormire, tutte le notti, con una donna gli dava le caldane, come quello del servizio militare ad un cinquantenne che non ha mai fatto il soldato". E con questa scusa era solito compiacersi con le sorelle e, adulatore com'era, quando queste lo interpellavano sullo "scomodo" argomento era solito rispondere "dove la trovo una donna come voi?".
Ma le sorelle non si davano per vinte ed insistevano, arrivando pure a consigliargli di andarla a cercare in un paese di provincia, perché lui aveva bisogno di una donna seria che di sicuro in città non avrebbe trovato.
Finché arriva il giorno in cui tutto cambia, il giorno in cui Giovanni si innamora e cambia il suo modus vivendi, la sua prospettiva di vita. Lo troviamo infatti camminare per casa cantando ad alta voce motivetti sfacciati. Adesso non desidera più fare la desiderata pennichella pomeridiana ma pretende di fare il bagno almeno due volte la settimana, e comincia a vergognarsi della casa in cui vive, arrivando a paragonarla ad una capanna di negri e accusando le sue sorelle di puzzare come delle capre. "Ma perché lo dici solo ora?" gli chiede sconfortata la sorella... "lo dico quando mi piace di dirlo!..." le risponde Giovanni.

Come scrive Brancati, al nostro don Giovanni "era accaduto un fatto così enorme che, se l'avesse semplicemente sognato, egli sarebbe rimasto per un mese sottosopra, e ogni notte sarebbe entrato nel letto col batticuore...la signorina Maria Antonietta, dei marchesi di Marconella, nobile signorina toscana, una mattina, lo aveva guardato... e non di sfuggita, bensì in un punto preciso ovvero tra i sopraccigli e la fronte, proprio nella parte che lui preferiva di essere guardato... e per un minuto di seguito!”.
Ed è bastato quel semplice sguardo per fare andare in visibilio il nostro Giovanni, che per pagine e pagine del romanzo vaneggerà su quello sguardo e sulla bella fanciulla, di giorno e di notte, ogni secondo della sua vita.
Per questo lascia la casa paterna e si trasferisce in una casa tutta sua. Ma si recherà spesso in città per immergersi, anche per solo un attimo, nello sguardo di Ninetta, per vedere il "lampo dei suoi occhi" e poi "tornare a casa di galoppo, come una spia che, avendo fotografato un'immagine preziosa, corre a chiudersi nella camera buia, e vi passa l'intero giorno fra imprecazioni e gridi di esultanza".
E ci sorprende il nostro don Giovanni, perché adesso non sopporta più i suoi vecchi amici e i loro discorsi volgari sulle donne, e ne cerca di nuovi fra gli innamorati, e perché nei suoi soliloqui chiama la sua amata "palombetto, zucchero mio, campanellina, o nacanaca, pilipili, zuzu, lapina", anche se in realtà lei e lui non si sono mai parlati perché timido com'è non riesce neanche ad avvicinarsi a lei e a prendere discorso.

Fino a quando la fortuna sembra girare dalla sua parte.

Un giorno viene allestito in città un parco di divertimenti e sarà qui che la stessa Ninetta con una scusa lo bacerà. Il passo verso il fidanzamento e il matrimonio sarà breve, anche se con grandi difficoltà. E ci si stupisce nel scoprire un Giovanni geloso della sua creatura, soprattutto quando si recano a passeggio nella propria città e gli sguardi degli uomini, di cui poco tempo prima aveva fatto parte anche lui, si posano bramosi sulla sua donna, per non parlare poi dei loro discorsi su quel "pezzo di tuma" e gli "uhuh!" che erano soliti fare al suo passaggio, i gemiti e le gomitate che erano soliti darsi.
Una volta sposati però si trasferiscono a Milano. E qui ancora una volta Giovanni subirà una trasformazione davanti gli occhi compiacenti della moglie, divenendo un altro, "asciutto, magro, di colorito normale... sradicato dalle sue abitudini... si concedeva pochi minuti di riposo durante il giorno, e poche ore durante la notte" lasciandosi coinvolgere dalla vita frenetica che qui si svolge, arrivando a farsi delle docce fredde quotidiane per abituarsi al clima freddo della città.
Ma si sa, le vecchie abitudini son restie a morire e così a Milano non mancherà di tradire la moglie con quelle donne che lo considerano il "gallo siciliano". E come le vecchie abitudini, è restio a morire anche l'amore per la sua terra, tanto che quando Ninetta gli chiede se vuole andare in visita con lei in Sicilia, non se lo lascia dire due volte
E così farà rientro nella sua Catania, a casa dalle sorelle e soprattutto nel letto caldo della sua amata stanza che un giorno aveva deciso di abbandonare.

Le pagine del romanzo scivolano via che è un piacere. Brancati diverte, emoziona, commuove, e grazie a uno stile di scrittura scanzonato e ironico, ma non per questo poco elegante, e ricorrendo spesso all'utilizzo di parole in dialetto, sottintesi, similitudini e metafore, riesce a consegnarci l'immagine di una città meridionale dove la vita trascorre anche troppo tranquilla e sorniona, contrapponendola ad una città attiva del nord, ma soprattutto l'immagine di un uomo che rappresenta proprio l'inerzia della sua terra natia. Ed ecco l'altro tema caro al nostro scrittore, che ritroviamo anche in un altro suo romanzo, "Il bell'Antonio", ovvero il gallismo di certi uomini siciliani, che parlano sempre delle donne e non perdono occasione di ostentare la propria virilità.

Edito da Mondadori, il libro consta di 154 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di 8,40 euro.

 

don-giovanni.jpg

 


Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
20 dicembre 2011 2 20 /12 /dicembre /2011 17:34

Otto racconti lontani tra loro, ma tutti ambientati nella Sicilia dell'800 e dell'epoca fascista che hanno come protagonisti i cittadini di Vigàta, "una sorta di campionario di uomini e donne di Sicilia" e con un finale in cui  la giustizia vince sempre. Questo è il "Gran Circo Taddei" di Andrea Camilleri, edito da Sellerio Editore e pubblicato nel 2011.

"Una sorta di campionario di uomini e donne di Sicilia. Non c'è che l'imbarazzo della scelta". Così è stato definito "Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta" dal suo stesso autore, Andrea Camilleri.
Ed in effetti, chi legge il libro si renderà conto che vi vengono narrate ben otto storie lontane tra loro, ma tutte ambientate nella Sicilia dell'800 e del secolo scorso, soprattutto nel periodo del fascismo, e che hanno protagonisti i cittadini di Vigàta che, col loro caratteristico modo di essere, danno vita ad una sorta di commedia dell'arte nella quale il paese diviene un grande palcoscenico.
E così apprendiamo di racconti di vita vissuta con grande partecipazione da avvocati, fantomatiche chiromanti, contadini, mogli di uomini iscritti al partito fascista e chi più ne ha più ne metta che, con una vena di ironia, Camilleri ci descrive, rendendoci partecipi e coinvolgendoci a tal punto che alla fine proveremo anche una certa simpatia per ognuno di loro.

Una delle storie più curiose è quella di Ciccino Ferrera che " 'na quindicina di jorni prima di ogni cangio di stascione", ogni lunedì mattina si recava a Vigàta per occuparsi della vendita di abiti femminili di una casa di moda palermitana, famosa in tutta l'isola, di cui era rappresentate. Ciccino era "un quarantino abbunnanti accussì laido (brutto) da fare spavento" e i mariti di lui si fidavano proprio perché pensavano che uno brutto così non poteva far gola neanche alla femmina "cchiù affamata". Ma nonostante ciò cominciano a girare strane voci su di lui e sulle sue conquiste femminili in paese. Tant'è che Tanina Buccé, che era a capo delle femmine fasciste di Vigàta, in quanto moglie di un segretario politico fascista, "fimmina 'nvidiusa e fàvusa, sgarbata e superba", volle rendersi conto di persona.

Veniamo a conoscenza anche della vicenda bizzarra che vede come protagonista Ninuzzo Laganà, "il cchiù ricco e 'mportanti costruttori di Vigata", un quarantaduenne "beddro picciotto che pariva 'n atleta, aducatu, aliganti, ed aliganti macari nel parlari..." che, rimasto orfano di padre a ventott'anni, è alla ricerca disperata di una fidanzata da sposare. La madre, caduta malata "di 'na malattia che nisciun medico arrinisciva a capiri", un giorno lo chiamò al suo capezzale e gli disse che prima di morire lo voleva vedere maritato e con prole a seguito.   E così a Ninuzzo non rimase che affidarsi nelle mani della vecchia cameriera di casa, Rosalia, per trovare finalmente una ragazza da sposare che avesse la "facci da mogliere", ossia che non fosse né bella né brutta e con un corpo grazioso, ma non troppo, per non fare voltare i maschi del paese.
Passano i giorni, conosce Daniela e si marita. In principio i due non riescono ad avere figli, solo dopo un po' di tempo Daniela gli comunicherà di essere finalmente incinta. A questo punto entra in scena un merlo parlante, che è solito parlare troppo, ripetendo esattamente le frasi compromettenti che sente dire.

Ed infine veniamo a sapere anche del Gran Circo Taddei, al quale in realtà fu mutato il nome da Taddeis a Taddei poiché in epoca fascista il Duce proibiva che si utilizzassero i nomi stranieri, e così se Wanda Osiris si faceva chiamare Osiri e il comico Rascel era diventato Rascele, anche il circo equestre del cavaliere Erlando Taddeis avrebbe dovuto cambiare il suo nome in Taddei.
A parte la presa in giro dell'autore nei confronti dell'ideologia fascista, in questo racconto viene anche narrata la vicenda di Pippo Incardona che, rimasto orfano da piccolo, era stato preso in casa dalla zia Michela. La convivenza tra i due però non è delle migliori, anche perché a Pippo, che adesso ha trent'anni, da sempre piacciono tutte le cose che costano care, gli alberghi di lusso e le belle donne, ma di lavorare non ne vuole sapere e la zia gli passava lo stretto necessario per campare. Però lui sa che la morte della zia gli avrebbe fatto ereditare tutte le sue ricchezze.

Queste sono solo alcune delle storie di Vigàta e della galleria di personaggi del "Gran Circo Taddei", tutte da gustare e tutte con un finale in cui la giustizia vince, che vede l'autore affibbiare a ciascun personaggio, a seconda delle colpe commesse, quello che in realtà si merita: una sorta di “pena” alla quale nessuno è in grado di sfuggire. Per questo motivo alla fine i racconti si rivelano ancor più piacevoli da leggere e suscitano un forte coinvolgimento emotivo.

Edito da Sellerio Editore, il libro consta di 325 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di 14 euro. 


circo-taddei.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
16 dicembre 2011 5 16 /12 /dicembre /2011 08:41

"E se non lo capite al tramonto, quando l'aria è ferma, né calda né fresca, e vi si drizzano i peli delle braccia, e sembrano crepitare, se non badate ai rumori che vi arrivano da più lontano, se non vi dice niente il colore viola delle montagne e l'oro che cola dalle pietre della Cattedrale, se ignorate le bordate rosso rubino che il sole vi spara da dietro le guglie di San Domenico, se proprio non lo capite che sta arrivando, allora vuol dire che siete forestieri. Non che sia grave. Voi non ne avete colpa. Ognuno vive dove può, per voi, sarà l'inferno, il rogo, l'apocalisse. Lo Scirocco d'Africa vi colpirà duro. Non vi darà respiro".
Il giallo “I delitti di via Medina-Sidonia” di Santo Piazzese si apre con la scoperta di un cadavere in una giornata di scirocco per concludersi con la confessione dell'omicida in una giornata di scirocco.

Santo Piazzese non fa lo scrittore per professione, è un "biologo prestato alla scrittura" come ama definirsi lui; infatti è ricercatore presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Palermo. E la storia di cui narra ha come protagonista proprio un biologo, Lorenzo La Marca, come lui ricercatore universitario del dipartimento di biologia dell'Università del capoluogo siciliano che, suo malgrado, si trova ad indagare sulla morte di un suo ex collega, Raffaele Montalbani, emigrato da tempo in America per lavoro ma ritornato in città, all'insaputa di tutti, per sposarsi.
E così, tra un'indagine e l'altra, Lorenzo farà amicizia con l'ex fidanzata americana della povera vittima, Darline Campbell, che rimarrà in città anche dopo la morte del suo fidanzato e sarà coinvolta nella ricerca dell'assassino e del movente. Infatti, è convinzione di tutti, che più che di un omicidio si tratti di un suicido.

Le indagini saranno condotte dalla polizia e dal commissario Vittorio Spotorno, amico di vecchia data di Lorenzo, con il quale non mancheranno gli screzi. Il commissario è coadiuvato dalla fascinosa Michelle Laurent, medico legale, di cui un tempo - trapela tra le righe - il ricercatore era innamorato. Avverrà un secondo delitto-suicido, quello di don Mimì, il giardiniere del Giardino botanico comunale, che spingerà Lorenzo sempre più a ricercare la verità nascosta anche in vecchi episodi del passato che dopo tanto tempo riaffiorano dall'oblio.

Si tratta di un vero e proprio giallo, ambientato nella Palermo benestante ed intellettuale, quella dei professori universitari. E nel mondo universitario, fatto di esami, lauree, dipartimenti e studenti gira un po' tutta la storia.
Il nostro pseudo detective si ritrova per caso ad indagare su quello che tutti credono un suicidio. In un primo momento lui nemmeno è riuscito a riconoscere in quell'uomo appeso col cappio al ficus del Giardino Botanico, il suo vecchio amico, che tra l'altro - apprenderà solo in seguito - era giunto in città per sposarsi, proponendo a lui stesso di fargli da testimone.
Ma chi era questo Raffaele che un bel giorno in cui imperversava lo scirocco Lorenzo vide appeso all'albero dalla finestra del suo dipartimento? Nei capitoli seguenti l'autore, nonché l'io narrante del romanzo, si premurerà di darci sue notizie e di narrarci dei tempi passati, quando erano soliti frequentarsi insieme ad altri colleghi.

Il ritmo della scrittura è lento, ma la storia pur avendo un intreccio semplice coinvolge sin dalle prime battute.
Lo stile però potrebbe a volte risultare noioso, soprattutto quando vengono fatti i riferimenti a film e brani musicali (ve ne sono davvero tanti e soprattutto degli anni '50 e '60), visto che a Lorenzo piace molto la musica e le colonne sonore di film più o meno celebri, e non manca mai di mettersi su un bel LP non appena arriva a casa per meditare.
Anche in questo romanzo, come in quelli di Camilleri che hanno come protagonista un noto commissario, viene spesso citata la cucina siciliana. Lorenzo e Darline si recano appena possono nei ristoranti locali, anche perché il nostro biologo non è che se la cavi così bene in cucina.

I sospetti di Lorenzo ricadono subito sui colleghi del dipartimento, anche se le indagini dureranno un bel po' di giorni.
Il finale delude un po’, ma il racconto è ben congeniato e strutturato e fa venire alla mente alcune delle storie di Carofiglio e del suo avvocato Guido Guerrieri.
Lo stile dello scrittore è a volte canzonatorio - non mancano le battute e gli intermezzi spiritosi, soprattutto nei battibecchi tra Lorenzo e Spotorno - grazie anche all'ironia e all'autoironia del protagonista. I personaggi della storia vengono tutti descritti sin nei minimi particolari, e il linguaggio utilizzato è alla portata di tutti.
E' un libro piacevole dove non si tratta di mafia e di intrecci politico-mafiosi, ma solo di invidia e competizione tra colleghi e professori universitari che per diventare Direttori di dipartimento son disposti a fare tutto, anche ad uccidere.

Edito dalla Sellerio, il libro consta di 334 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di 11 euro.

 

 delitti-via-medina.jpg


Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
12 dicembre 2011 1 12 /12 /dicembre /2011 12:27

Il rizzaglio è una rete a forma di campana, chiusa nella sommità e aperta sul fondo che, fatta roteare col braccio alzato e poi lanciato in acqua, cade come un ombrello aperto e viene portata sott'acqua dai piombini che ne contornano l'apertura. Quando il pescatore tira la corda che la tiene attaccata, l'apertura si chiude e i pesci rimangono intrappolati al suo interno... 'na bella rizzagliata! Ecco spiegato il titolo del romanzo di Andrea Camilleri che questa volta lascia da parte il commissario Montalbano per affrontare temi di grande attualità.

Addio commissario Montalbano, almeno per una volta.
In "La rizzagliata", romanzo uscito curiosamente prima in Spagna (dove è stato super premiato) e poi in Italia, Andrea Camilleri lascia da parte l’amato commissario e affronta un tema di grande attualità, perché parla di informazione, di malapolitica e di affarismo.

La storia ha inizio con l'omicidio di Amalia, figlia di un politico influente e fidanzata con Manlio, figlio del segretario generale dell'Assemblea regionale siciliana, che sarà il primo indiziato dell'omicidio.
Tutta la trama girerà intorno a uomini politici e giornalisti più o meno compiacenti.

“La rizzagliata” è un romanzo ambientato a Palermo, e principalmente nella sede della Rai siciliana. Qui lavora Michele Caruso, responsabile del telegiornale regionale, ed altri suoi colleghi, tra cui Alfio, suo capo redattore. Ognuno di loro ha preso il posto lì tramite amicizia del politico di turno, e accadrà spesso e volentieri che, in questa brutta storia dell'omicidio, le notizie sulle indagini in corso al TG non vengano date o vengano in parte camuffate, con la scusa che ancora non sono del tutto ufficiali. Ma capiterà anche che queste vengano enfatizzate, andando anche contro la regola di obiettività di una corretta informazione.
A questo modus operandi della redazione giornalistica in questione, aggiungete anche l'intromissione di certi uomini politici che spesso e volentieri manipolano i giornalisti, facendo dire loro ciò che conviene dire, arrivando anche a dare il consenso o meno sulle notizie da mandare in onda, ricordando in questo modo al giornalista di esprimere riconoscenza per il fatto di stare ancora lì.
"Io ti do 'na cosa a te, tu mi dai 'na cosa a me", del resto sembra essere il motto attorno al quale si svolge tutta la trama del romanzo e attorno al quale si sviluppano gli intrecci tra uomini della politica, della economia e del giornalismo.
 

Politici che manipolano le informazioni, giornalisti che fanno i giochi dei politici di questo o di quel partito, relazioni amorose in crisi, tradimenti, informatori che si infiltrano nella magistratura, nella politica, nelle redazioni dei giornali per carpire le notizie e poi, ad un passo dalla verità, vengono fatti sparire con la lupara bianca.
Rancori mai sopiti, sospetti, piccole vendette personali, colleghi giornalisti che cercano di "farsi le scarpe" tra di loro per una promozione in più, giornalisti che si scoprono detective, indagini in corso, avvisi di garanzia più o meno scomodi, scambi di cortesie più o meno nascoste, magistrati che fanno dire ai testimoni le cose che vorrebbero sentirsi dire e che "loro non sanno" e valzer di avvocati difensori mandati in "partibus infidelium" per controllare le mosse fatte nel campo opposto.

Una vicenda apparentemente ingarbugliata, che però pagina dopo pagina diventa più chiara.
D'altronde il rizzaglio che da’ il titolo al romanzo, come veniamo a sapere nel capitolo finale, è una rete a forma di campana, chiusa nella sommità e aperta sul fondo, che fatta roteare col braccio alzato e poi lanciata in acqua, cade come un ombrello aperto e viene portata sott'acqua dai piombini che contornano la sua apertura. Quando poi il pescatore tira la corda che la tiene attaccata, l'apertura si chiude e dentro rimangono i pesci... 'na bella rizzagliata! ...."I pisci cchiù stupiti o cchiù lenti, naturalmente, pirchì quelli cchiù sperti, videnno la riti calari, si scansano 'n tempo".

Due storie, quella dell'omicidio di Amalia e quella delle dimissioni improvvise di un direttore di banca, di primo acchito tanto lontane tra loro ma che alla fine finiranno per amalgamarsi, fondersi, scontrarsi. Perché, si sa, il potere politico fa la sua comparsa anche dietro il potere economico, ed infatti sarà un uomo politico, che abbiamo già incontrato nella vicenda di Amalia, ad essere eletto consigliere della Banca dell'Isola. Solo un caso?

In definitiva la storia non si discosta poi così tanto dalla realtà, anche se l'autore in una nota finale ribadisce che, pur avendo preso spunto dal fatto di cronaca reale che va sotto il nome di "delitto di Garlasco", la storia qui raccontata è tutto frutto della sua fantasia, di non essere mai stato dentro ad una redazione giornalistica né in una riunione dell'Assemblea regionale, per cui non sa con esattezza come si svolgano le cose lì dentro. Salvo poi scoprire, leggendo il romanzo, che sembra esattamente il contrario. Sembra tutto troppo reale per essere un semplice "frutto della sua fantasia".

Lo stile è il solito che contraddistingue le storie che hanno come interprete il commissario Montalbano, che qui per un attimo viene anche nominato. Il ritmo della storia è incalzante, le notizie ed i fatti si susseguono senza tregua e il lettore non ha tempo per le pause di riflessione.
Un romanzo attualissimo, che sembra la cronaca divertente, ironica, "nera", ma anche cupa dell’ultima fase della vita politica in Italia.

Edito da Sellerio, il libro consta di 210 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di 13 euro.

 


la-rizzagliata.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
10 dicembre 2011 6 10 /12 /dicembre /2011 10:39

La donna e l'Islam. Un tema spinoso, delicato. Eppure affascinante, tutto da esplorare. Quanto e in che misura noi occidentali conosciamo davvero quella cultura? E qual è il ruolo dell'altra metà del cielo da Maometto in poi?

La giornalista americana Sherry Jones ha “indagato” sulle origini di questo rapporto, con un romanzo storico intitolato "A'isha, l'amata di Maometto".
Un libro che è stato proibito dall'Islam e censurato negli Stati Uniti, alla stregua di un volume peccaminoso o proibito, anche se - al di là delle polemiche - è soprattutto la storia del grande amore tra il profeta della religione islamica e la sua sposa bambina e guerriera.
"A'isha, l'amata di Maometto" narra la relazione tra Maometto e A'isha, figlia del primo califfo dell'Islam Abu Bakr, grande alleato del Profeta.

Maometto, all'epoca cinquantenne, quando andava in visita dall'amico, spesso si fermava a giocare con la figlia. Giochi innocenti, tra uno zio e una nipotina. Finché, quando A'isha compie 6 anni, il Profeta non chiede di fidanzarsi con lei e dopo tre anni di fidanzamento-segregazione della poveretta nella casa paterna (durante i quali non poteva uscire fuori dall'uscio né tantomeno vedere maschi), finalmente la sposa.
Il loro è un matrimonio politico, per celebrare un'alleanza (come tanti altri matrimoni che Maometto farà nel corso della sua vita). Ma anche un matrimonio non consumato, perché A'isha è troppo piccola, non sa niente di sesso e vive ancora in un mondo incantato di fiabe e di bambole.
Inizia così la vita della "moglie bambina" di Maometto presso la "corte" del Profeta, situata a Medina, e all'interno del suo harem, tra le altre sorelle-mogli... gelose l'una dell'altra (come peraltro la stessa A'isha).

Il romanzo descrive la vita privata di Maometto, le sue debolezze, i suoi sentimenti, i suoi appetiti sessuali, il suo barcamenarsi in mezzo alle mogli, ma anche la sua paziente politica di tessitura di alleanze, le guerre per affermare la sua autorità, il rapporto con i parenti e gli alleati. Con la presenza, a volte ininfluente a volte invece determinante di A'isha, irruente ma anche molto intelligente, sensibile ma a tratti irrazionale, che col tempo cresce, matura, diventa donna, consuma il matrimonio, s'innamora di lui (ricambiata!) e non di rado influenza le sue decisioni anche politico-militari.
La sposa-bambina col passare degli anni diventa sposa-guerriera (Maometto le insegna ad utilizzare la spada, e le lo fa con coraggio), riesce a conquistare l'amore di Maometto e a diventare la sua favorita e, cosa più difficile di tutti, ad imporre la sua autorità all'interno dell'harem.

Le pagine del romanzo della Jones ci aiutano a comprendere dall'interno il complesso (almeno per noi) mondo islamico e il ruolo delle donne, ma si leggono anche come una storia d'amore, l'amore tormentato e sensuale tra il potente Profeta dell'Islam e una ragazza araba.
Secondo la leggenda, alla quale il romanzo si rifà, Maometto muore tra le braccia di A'isha, quando lei ha soli diciannove anni.
La storia non finisce qui ma ha un prosieguo nel romanzo di Sherry Jones dal titolo “La sposa guerriera”, pubblicato nello scorso mese di maggio, nel quale si parla di come ella, dopo la morte del Profeta, diventa un punto di riferimento per la comunità islamica come "madre dei credenti", grazie alla profonda conoscenza della filosofia maomettiana.
 

Edito da Newton Compton, il libro consta di 416 e lo si acquista in libreria al prezzo di 6,90 euro.


aisha.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
9 dicembre 2011 5 09 /12 /dicembre /2011 09:33

 Dopo aver ricostruito nel precedente libro la storia della Resistenza e la vicenda degli Internati Militari Italiani con le parole dei protagonisti, Mario Avagliano e Marco Palmieri continuano questo filone di storiografia e, attraverso un'antologia ragionata e commentata dei diari e delle lettere degli ebrei italiani, ripercorrono tutti gli aspetti e le tappe della persecuzione antisemita in Italia negli anni del fascismo e dell'occupazione nazista. Il loro ultimo lavoro, edito ancora una volta da Einaudi, si intitola "Gli ebrei italiani sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945".

La storia raccontata attraverso i diari e le lettere dei protagonisti ha un fascino particolare. Forse perché consente di identificarsi in quelle persone, leggendo i loro stati d'animo, i loro sentimenti, le loro speranze, il loro terrore. Di sicuro il puntare lo sguardo sulla sfera privata, intima, familiare, avvicina di più alla vita e al vissuto dell'epoca.
E’ il tentativo che stanno compiendo da anni Mario Avagliano e  Marco Palmieri che, con questo metodo di ricerca, per la casa editrice Einaudi, avevano già ricostruito la storia della Resistenza e la vicenda degli Internati Militari Italiani.

Nel settembre del 1938 nell'Italia fascista ebbe ufficialmente inizio la persecuzione della minoranza ebraica, fino ad allora profondamente integrata nel tessuto sociale, culturale, economico e politico del Paese. Dopo una violenta campagna di propaganda sui giornali, durata svariati mese, il regime introdusse formalmente l'antisemitismo nell'ordinamento giuridico italiano, promulgando le cosiddette leggi razziali, che privarono dei diritti civili e dell'uguaglianza con gli altri cittadini in tutti i campi della vita sociale, economica e professionale i circa 40-50 mila ebrei italiani e i 10 mila ebrei stranieri che avevano cercato nella penisola rifugio dalla persecuzione già in atto nell'Europa centro-orientale.
Questa persecuzione - nota come "persecuzione dei diritti" - negli anni seguenti subì una progressiva escalation e fu preludio a quella "delle vite", avviata dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, quando autorità, militari e civili della Repubblica Sociale Italiana costituita da Mussolini a Salò collaborarono attivamente alla cattura e alla deportazione degli ebrei, finalizzata al loro sterminio sistematico nell'ambito della "soluzione finale" nazista (8.000 ebrei deportati, di cui solo 837 sopravvissero).

Avagliano e Palmieri ricostruiscono questa lunga ed articolata parabola persecutoria - spesso rimossa dalla memoria e dall'opinione pubblica italiana nel dopoguerra - per la prima volta "dal basso", cioè attraverso la viva voce di coloro che ne furono vittima, non attraverso le memorie successive ma con le lettere e i diari annotati giorno per giorno nel pieno svolgimento di quei drammatici fatti.
Il libro, con prefazione di Michele Sarfatti, dopo un saggio storico introduttivo propone una vera e propria antologia di scritti coevi che, nella successione tematica e cronologica, ripercorre tutti gli aspetti e tutte le tappe della persecuzione antiebraica in Italia: la campagna di propaganda antisemita, le leggi razziali, i suicidi, la scelta di emigrare all'estero, l'internamento, i primi eccidi e le grandi retate dopo l'armistizio, la fuga e la caccia all'uomo, gli ebrei nella Resistenza, gli arresti e il carcere, gli ultimi scritti e i testamenti, la vita nei lager italiani, la partenza e il viaggio verso i campi di sterminio, la liberazione e il difficile ritorno alla vita, il ritorno dei sopravvissuti.
Ne viene fuori un racconto a più voci, che restituisce la terribile storia della persecuzione narrata in presa diretta dagli stessi protagonisti e permette di comprendere esperienze e drammi, stati d'animo e dolori, preoccupazioni e conseguenze pratiche, riflessioni e giudizi degli ebrei italiani e stranieri residenti in Italia, al riparo dai filtri e dalle mediazioni della memoria postuma e delle ricostruzioni successive.

Nei capitoli iniziali emerge soprattutto la sorpresa e l'incredulità degli ebrei italiani - che avevano partecipato al Risorgimento e alla prima guerra mondiale - nel vedersi improvvisamente «tagliati fuori - come scrive il poeta Umberto Saba in una lettera del 1938 - dalla vita del mio paese che ho tanto amato». Dopo la sorpresa iniziale, in numerose lettere e diari di quei drammatici mesi raccolti da Mario Avagliano e Marco Palmieri - quasi tutti inediti - emerge con forza il dolore per essere stati traditi dalla propria stessa patria (e in alcuni casi dallo stesso regime che al pari degli altri italiani diversi ebrei avevano sostenuto con convinzione): «Come è possibile che non sia più ritenuto degno di essere figlio d'Italia?» si domanda un reduce della prima guerra mondiale.
Lo sgomento (e la durezza delle misure persecutorie) fu tale che alcuni ebrei scelsero il suicidio per l'umiliazione e l'emarginazione subita: «debbo dimostrare l'assurdità malvagia dei provvedimenti razzisti» scrive ad esempio l'editore modenese Formiggini prima di togliersi la vita
Attraverso centinaia di annotazioni quotidiane di questo tenore - di nomi noti e "persone qualunque", uomini e donne, meridionali e settentrionali, persone istruite o quasi analfabete - il libro di Avagliano e Palmieri segue tutte le fasi successive della persecuzione e del suo inasprimento, compreso la pagina di storia completamente dimenticata nel dopoguerra, relativa all'internamento degli ebrei stranieri e di molti ebrei italiani in numerose località dell'Italia centro-meridionale, come Campagna in Campania o Ferramonti di Tarsia in Calabria, all'inizio della seconda guerra mondiale. «Volentieri mi tramuterei in un uccello per respirare l'aria libera» scrive una bimba internata a Ferramonti.
Segue la breve parentesi del Governo Badoglio, che non si preoccupò di abolire le leggi razziali, né di distruggere gli elenchi degli ebrei conservati a livello locale, grazie ai quali i nazifascisti dopo la costituzione della Repubblica di Salò - statutariamente antisemita - poterono individuare e catturare facilmente molti ebrei italiani. L'armistizio dell'8 settembre del 1943, infatti, rappresenta uno spartiacque nella vicenda storica della persecuzione antiebraica (e nel libro) segnando appunto l'ingresso dell'Italia nel cono d'ombra della Shoah.

Attraverso i diari la cronaca quotidiana degli avvenimenti è impressionante: dalla cronaca dal vivo dei primi eccidi (come all'Hotel Meina) e delle retate (a Roma il 16 ottobre 1943 e in numerose altre città), all'asprezza e ai sacrifici della vita in clandestinità mentre infuriava la caccia all'uomo da parte dei nazisti e dei fascisti della Repubblica Sociale; dalla fuga in Svizzera, fino alla cattura, alla raccolta nei campi di transito di Fossoli e Bolzano e agli ultimi disperati biglietti lanciati di treni ("Con il cuore afflitto lascio la mia terra natia", "Siamo in viaggio per terre lontane pieni di fiducia", "Ti scrivo in treno. Salvatevi!").

A questo punto la scrittura s'interrompe, perché ad Auschwitz la gran parte degli ebrei deportati dall'Italia - l'80 per cento circa di ogni tradotta - trova immediatamente la morte nelle camere a gas, al proprio arrivo. Nei campi di sterminio non c'èla possibilità di scrivere e il libro, tenendo fede al rigoroso criterio metodologico basato esclusivamente sugli scritti coevi, non può riportarci alcuna "voce". L'abominevole realtà dei lager e della soluzione finale emerge però dalle lettere dei pochi sopravvissuti, scritte nei mesi subito dopo la liberazione, raccolte nell'ultimo capitolo del libro, tra cui la sconvolgente lettera inedita di Elena Recanati: "Io ad Auschwitz sono rimasta quattro giorni soli: se ci fossi rimasta un solo giorno di più penso che sarei impazzita. Sono arrivata in un momento di caos tremendo. Incominciava già l'evacuazione del campo; in tutti quei giorni ho potuto mangiare una sola volta pochi bocconi di zuppa: sono stata in appello per delle ore consecutive di giorno, di notte, continuamente, ho ricevuto tante di quelle botte quante non avrei potuto mai immaginare, ho assistito per lo meno a tre selezioni, ho visto scene di orrore inenarrabili, ho sentito quell'indimenticabile, caratteristico odore di crematorio, ho fissato come un'allucinata le fiamme dei forni in cui forse stavano bruciando le spoglie mortali del padre di Guido... Fame, botte, freddo, fango, paglia sudicia, contatti con gente perfida, abbruttita dalle privazioni, inferocita dalla fame, appelli interminabili, febbre, le prime piaghe incominciavano a farmi soffrire... lavoro pesante ed inutile sotto la neve in un abbigliamento oltre che inverosimilmente lacero e sporco, anche inadeguato alla stagione... e poi di nuovo trasporto".

Un libro per non dimenticare. Per comprendere la tragedia degli ebrei. Per riflettere sulle responsabilità dell'Italia, che si macchiò autonomamente dell'atto criminale delle leggi razziali, e degli italiani che acconsentirono, appoggiarono le misure oppure voltarono la faccia dall'altra parte.

Edito da Einaudi, il libro consta di 390 pp. e lo si acquista in libreria al prezzo di 15,0 euro.


copertinalibro2.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento
8 dicembre 2011 4 08 /12 /dicembre /2011 13:21

"L'uomo a rovescio" è il lupo mannaro che, quando si trasforma, tira fuori appunto il rovescio della sua pelle, con i peli da lupo. Da questo modo di dire (e da questa credenza) prende il titolo il bel giallo di Fred Vargas, pseudonimo sotto il quale si nasconde una bravissima scrittrice francese, che narra le nuove avventure di un altro simpatico commissario, omologo d'Oltralpi del Montalbano italiano, il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, del tredicesimo arrondissement di Parigi.

La trama si svolge sulle montagne del Mercantour, nel dipartimento francese delle Alpi Marittime, in uno scenario aspro e selvatico. Tutto parte da misteriosi omicidi di pecore da parte di un lupo enorme, di grossa stazza, probabilmente di origine italiana. Fino a quando dalle pecore si passa alle persone...
Quando Suzanne (amica di Camille Forrestier, non-fidanzata del commissario Adamsberg, in fuga da Parigi e dalla vita di un tempo), viene ritrovata sgozzata, il dubbio comincia a farsi strada: potrebbe essere un lupo mannaro?
Ed entrano in gioco, in una caccia d'altri tempi, la bella Camille (compositrice e, all'occorrenza idraulica), il suo muscoloso e biondo fidanzato canadese Lawrence Donald Johnstone (esperto e studioso di animali, soprannominato "cacciatore di pelli"), una strana coppia di pastori francesi (Salomon, il figlio adottivo di Suzanne, di origine africana, e il pasionario Guarda) e, naturalmente, lo stesso commissario, che aveva seguito fin dall'inizio in tv le gesta della belva del Mercantour.

Ma sarà davvero un lupo mannaro l'anonimo e sanguinario assassino?
Sulle tracce dell'omicida, il commissario ritrova la sua vecchia e mai sopita fiamma Camille. Per cui al giallo, s'intreccia la storia d'amore.
“Perché il vento va, ma torna sempre sull'albero”. I due in fondo si cercano, si aspettano, si sfuggono, si perdono, si ritrovano, perché Camille è "la naturale inclinazione" (p. 263) di Adamsberg e Adamsberg lo è di Camille. Ed è "come se una parte di sé, infinitesimale ma decisiva, l'aspettasse costantemente sull'orlo dei suoi occhi" (p. 218).

Interessante anche la figura del commissario, apparentemente un po' indolente, sempre tra le nuvole, ma in realtà talentuoso ricercatore della verità e conoscitore degli uomini.

Con un ritmo lento ma avvolgente e uno stile letterario impeccabile e raffinato, la Vargas ci conduce all'interno del romanzo, con un finale a sorpresa.
Tra le cose più godibili, i dialoghi tra il commissario Adamsberg e il Guarda, come quello che segue, davvero meraviglioso:

Il Vecchio annuì, riempì i due bicchieri e tacque.
«La ami?» domandò con la sua voce sorda, dopo parecchi minuti di silenzio.
Adamsberg alzò di nuovo le spalle, senza rispondere.
«Frega niente se stai zitto,» disse il Guarda, «io non ho sonno. Ho tutta la notte per farti la domanda. Quando il sole sorgerà mi ritroverai qui e te la farò di nuovo, finché non mi risponderai. E se tra sei anni saremo ancora qui tutti e due ad aspettare Massart sotto il susino, te lo chiederò di nuovo. Frega niente. Io non ho sonno.»
Adamsberg sorrise, mandò giù un sorso di vino.
«La ami?» domandò il Guarda.
«Che palle con questa domanda!»
«Allora vuol dire che è una bella domanda.»
«Non ho detto che non lo era.»
«Frega niente, ho tutta la notte. Non ho sonno.»
«Quando uno fa una domanda,» disse Adamsberg, «vuol dire che ha già la risposta. Altrimenti tiene il becco chiuso.»
«È vero,» disse il Guarda. «Ho già la risposta.»
«Vedi?»
«Perché la lasci agli altri?»
Adamsberg rimase in silenzio.
«Frega niente,» disse il Guarda. «Non ho sonno.»
«Merda, Guarda. Non è mia. Nessuno appartiene a nessuno.»
«Non stare a fare tanto il furbo con la tua morale. Perché la lasci agli altri?»
«Al vento glielo chiedi, perché non rimane sull'albero.»
«Chi è il vento? Tu o lei?»
Adamsberg sorrise.
«Ci alterniamo.»
«Non è poi così male, giovanotto.»
«Ma il vento se ne va,» disse Adamsberg.
«E il vento torna,» disse il Guarda.
«È questo il problema. Il vento torna sempre.»

Insomma, un romanzo-giallo tutto da leggere e godere, con una scrittura intensa e intrigante e tanto di rivelazioni finali e di enigma, come da migliore tradizione dei gialli (vedi Edgar Allan Poe).

Edito da Einaudi, il libro consta di 330 pagine e lo si acquista in libreria al prezzo di euro 15,50.

 

l-uomo-a-rovescio1.jpg

Repost 0
Published by lisanna - in Libri
scrivi un commento